Al cinema Odissea di Cagliari, calorosa accoglienza per Laura Morante, intensa Grazia Deledda in “Quasi Grazia”
Ieri sera Laura Morante, una delle più grandi interpreti del panorama italiano, era presente al Cinema Odissea di Cagliari insieme al regista Peter Marcias per incontrare il pubblico al termine della proiezione del film Quasi Grazia, che racconta la figura di Grazia Deledda, unica donna italiana ad aver ricevuto il Premio Nobel per la Letteratura.
Adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Marcello Fois, il film racconta in tre tempi la vita della celebre scrittrice sarda, attraverso frammenti privati, tensioni familiari e momenti decisivi della sua esistenza: l’inaspettata visita della madre a Roma, le ore che precedono il Premio Nobel e l’atto finale, gli ultimi anni segnati dalla malattia.
Quasi Grazia trasporta in una dimensione raccolta, silenziosa, con un tempo lento e introspettivo, un racconto molto lontano dai biopic tradizionali. Al centro del film la straordinaria interpretazione di Laura Morante, chiamata – insieme a Irene Maiorino e Ivana Monti – a restituire la complessità emotiva di una donna costantemente divisa tra la dimensione privata e il riconoscimento pubblico.
Laura Morante – che non delude mai – sceglie una recitazione trattenuta, fatta di pause, sguardi e silenzi, che restituisce al pubblico un’immagine più autentica della scrittrice, distante da quella presente nell’immaginario collettivo: è una donna fragile, spesso isolata, costretta a difendere il proprio spazio creativo in un contesto culturale ostile dominato dagli uomini. È proprio questa dimensione privata a rappresentare uno degli aspetti più interessanti del film.
Il conflitto con la Madre-Terra
Il tema che emerge con maggiore forza è il rapporto complesso di Grazia Deledda con la madre, figura granitica radicata in una cultura tradizionale che fatica a comprendere la vocazione della figlia e il suo desiderio di indipendenza. Una madre che rappresenta simbolicamente la madre-terra, la Sardegna. È proprio la Sardegna, lasciata molti anni prima, che bussa inaspettatamente alla sua porta a Roma, la sua Isola che la chiama, la rimprovera, la giudica per non aver risposto alle aspettative del tempo. Il confronto-scontro tra le due donne è anche lo scontro tra dovere familiare e libertà personale. La madre è lo specchio che Grazia Deledda non può evitare, il suo tormento interiore che la accompagna anche a Stoccolma, nel momento della consacrazione del suo successo.
La Sardegna – così lontana, così vicina – emerge come una presenza costante: amata profondamente ma anche vissuta come un luogo da cui allontanarsi per poter affermare la propria voce. Per Grazia Deledda l’isola è identità e memoria, appartenenza ma anche il peso di convenzioni e un giudizio sociale difficili da superare. Nel film questa tensione resta sempre sottotraccia e contribuisce a costruire il ritratto di una donna divisa tra le sue radici e il desiderio di emancipazione.
L’incontro con il pubblico
Alla fine della proiezione, un confronto partecipato e molto caloroso ha contribuito ad approfondire i temi del film e il percorso umano della scrittrice. Maria Francesca Chiappe – Assessora alla Cultura, Turismo e Spettacolo del Comune di Cagliari – ha rivolto alcune domande a Laura Morante e al regista Peter Marcias, soffermandosi soprattutto sul lavoro di costruzione del personaggio e sulla modernità della figura di Grazia Deledda. Su come si possa “diventare” Grazia Deledda, Morante risponde spiegando in due batture il senso proprio dell’essere attrice: «Non credo si tratti di diventare Grazia Deledda, perché sarebbe un’impresa, ogni attore ha un approccio personale. Il mio approccio al personaggio è abbastanza istintivo. Non credo che la via corretta per un lavoro di carattere artistico sia l’imitazione, si chiama infatti interpretazione».
L’Assessora racconta che da una sua ricerca personale in archivio è emerso che il più importante giornale locale – oggi come allora – dedicò appena cinque righe al conferimento del Premio Nobel. Lo stesso giornale, anche in momenti precedenti, non era particolarmente benevolo nei confronti della scrittrice che «non sapeva scrivere e che parla male della sua Isola»: nel film questo «giudizio negativo e contraddittorio è stato restituito alla perfezione», dice Maria Francesca Chiappe.
È proprio su questa lettura ambivalente del personaggio che si colloca la lettura proposta dal regista Peter Marcias che racconta la scelta di «lavorare su una Grazia Deledda umana, che vive trentasei anni a Roma, una donna moderna e vitale, che amava i vestiti, che lavorava tantissimo, lontana da ciò che ci hanno sempre rappresentato». La volontà era quella di «riempire il film di cose vere, autentiche».
Una figura da riscoprire
Oltre al valore cinematografico, Quasi Grazia assume anche un significato culturale preciso. In un momento in cui il cinema italiano torna a interrogarsi sulle grandi figure femminili del Novecento, il film riporta al centro una protagonista spesso trascurata nel racconto popolare della letteratura italiana e spesso grande assente nei programmi scolastici, persino nella sua Sardegna. Non soltanto una premio Nobel, ma una donna che ha attraversato isolamento e giudizi, accompagnata da una inquietudine che non è soltanto il tratto psicologico che più la definisce ma anche la sua forza creatrice: «senza inquietudine come pensi che avrei potuto scrivere?».
Il risultato è un’opera elegante e misurata, che non cerca la spettacolarizzazione ma la profondità emotiva. Quasi Grazia non racconta soltanto il successo di una scrittrice: racconta il peso della solitudine dietro il riconoscimento pubblico e il costo personale della libertà intellettuale.
