Da Cagliari a Olbia, sette anni dopo: il Komandante sfida il tempo e si riprende la Sardegna
Sette lunghi anni. Tanto ha dovuto attendere il popolo sardo di Vasco Rossi per riabbracciare il suo idolo nell’Isola. Il filo si riannoda tra Cagliari 2019 e Olbia 2026: se sette anni fa il rocker appariva un po’ provato dai sei concerti consecutivi in quel di San Siro e da qualche acciacco fisico patito negli anni precedenti, il Komandante di oggi è sempre più in forma, sempre più vivo, sempre più rock. Come se le 74 primavere non pesassero affatto.
È proprio questo l’aspetto più sorprendente del tour 2026: il Blasco c’è ed è sempre più un animale da palcoscenico. Corre, scherza e canta con una voglia che sembra sfidare il tempo. L’avevano detto i suoi fan dopo la data zero di Rimini e le due di Ferrara, è confermato all’indomani del primo dei due concerti in Gallura: il tempo per lui sembra non contare, e forse nemmeno gli eccessi del passato. E mentre si gode l’ennesimo successo di una vita vissuta veramente al massimo, già programma il suo Giubileo 2027 a Roma, quando festeggerà il mezzo secolo di carriera.
Un gruppo affiatato
Il Komandante resta il centro assoluto della scena, ma può contare su una band affiatata e di altissimo livello, guidata dal direttore musicale e chitarrista Vince Pastano. Al suo fianco brillano le chitarre di Stef Burns e Antonello D’Urso, la sezione ritmica formata da Andrea Torresani al basso e Donald Renda alla batteria, mentre Alberto Rocchetti e Frank Nemola arricchiscono il sound con tastiere, pianoforte, programmazioni e cori. A completare il gruppo ci sono Roberta Montanari ai cori e una potente sezione fiati composta da Andrea Ferrario al sax, Tiziano Bianchi alla tromba e Roberto Solimando al trombone.
Ancor prima che la musica e gli straordinari effetti visivi degli enormi maxischermi travolgano l’Olbia Arena, il Komandante lancia subito un messaggio al suo popolo: «Dopo Pasqua e Natale, comincia la nostra festa». Una frase semplice, ma capace di trasformare immediatamente il concerto in un rito collettivo che unisce migliaia di persone sotto lo stesso cielo.
Una scaletta da sogno
Per quanto riguarda le sensazioni e le emozioni di un concerto che sentiamo ancora addosso e che fra qualche ora all’Olbia Arena vivrà uno storico bis, non possiamo non apprezzare le scelte di scaletta del Kom, che ha potuto tranquillamente esimersi da logiche commerciali e “recuperare” perle che non proponeva da tempo (come Una nuova canzone per lei) o addirittura mai eseguite dal vivo (è il caso di Marea e di Bolle di sapone).
Fortemente incentrato sul sound degli anni Ottanta, il tour 2026 riconsegna ai fan, un po’ a sorpresa, un primo Vasco ribelle, anticonformista e provocatore. L’inizio con Vado al massimo non è certo casuale, con Vasco che a distanza di decenni continua a urlare al mondo la sua rivincita mediatica e culturale, anche se i suoi detrattori, nel frattempo, sembrano essersi estinti.
La scelta di tracce come Fegato, fegato spappolato, Lunedì, Domani sì, adesso no e Sono ancora in coma contribuisce a far riemergere con forza il suo tratto più canzonatorio, irriverente e incurante delle etichette. Quello appartenente soprattutto al primo Blasco, per l’appunto.
Il pubblico sembra apprezzare, soprattutto quando il rocker si concede il lusso di eseguire, in un periodo storico come questo, il brano (Per quello che ho da fare) Faccio il militare. Qua più che anticonformista appare quasi anti-istituzionale, antisistema. D’altronde quale modo migliore di ripudiare la guerra se non a suon di musica?
E non è meno potente il messaggio lanciato al termine di Siamo soli. Dopo aver cantato uno dei brani più intensi della serata, il Komandante guarda la sua gente e ribalta il senso stesso del titolo: «Siamo tanti e siamo vivi». Un abbraccio collettivo che sintetizza perfettamente lo spirito del concerto.
Non mancano, naturalmente, i pezzi “obbligatori” come Gli spari sopra – introdotto da una dedica che non lascia spazio a interpretazioni: «Ai farabutti che governano questo pianeta!» – C’è chi dice no, Rewind e Siamo solo noi, che accendono il pubblico e preparano il terreno per uno spettacolo che, come in una sorta di crescendo emozionale, finisce per toccare i cuori del suo popolo con i grandi capolavori: Sally, Vita spericolata, Canzone e Albachiara.
Emozione pura, e Vasco non si ferma
Prima di lasciare il palco, arriva il saluto che suggella la prima di due notti speciali e il legame profondo con questa terra: «Viva la Sardegna, questa isola meravigliosa, viva voi!». È l’ultimo boato dell’Olbia Arena.
E poco importa se quella con Albachiara è una chiusura senza sorprese, perché quando si riaccendono le lucidi si capisce dagli occhi lucidi della folla che Vasco, ancora una volta, ha fatto centro.
«La noia, la noia, la noia, la noia, io non ci vivo più» canta il signor Rossi nel bel mezzo del suo concerto. Però il secondo round di Olbia è dietro l’angolo, Roma e il traguardo dei cinquant’anni di carriera sono all’orizzonte. Il Komandante non si ferma, e la noia per ora può attendere.
F. C. feat. L. P.
