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© foto Isola online 24

Assemini, Giuseppe Vinci racconta il suo doppio sequestro

Ieri sera all’Auditorium Comunale di Assemini un’emozionante serata inscritta nel ricco calendario dell’Estate asseminese, organizzata da Sardegna Teatro. Un nutrito pubblico ha assistito alla proiezione del film Storia di un riscatto e al successivo incontro con Giuseppe Vinci, in dialogo con il neo Assessore alla Cultura Sergio Nivoli. Trecentodieci giorni di prigionia, una grande mobilitazione popolare, pesanti conseguenze sulla famiglia e una domanda ancora aperta, quella del perdono.

Storia di un riscatto riporta alla memoria uno dei sequestri più lunghi e drammatici della storia sarda: anno1994, 310 giorni di prigionia, un tempo fatto di solitudine, silenzio, umiliazione e paura, un tempo che appartiene alla storia dei sequestri in Sardegna e che, per Vinci e per la sua famiglia prosegue oltre la liberazione producendo pesanti conseguenze, lasciando un interrogativo per certi versi sospeso: quello del perdono.

Il film e l’uomo

La pellicola è il frutto di un lungo percorso di ricostruzione, durato circa un anno, che ha riportato alla luce episodi e memorie di una vicenda che ha segnato profondamente non solo il protagonista, ma anche la sua famiglia e le tante persone legate alla sua fiorente attività.

Colpisce, nel dialogo con il pubblico, soprattutto la distanza tra il racconto pubblico e quello più intimo e familiare: «Non gli ho mai raccontato nulla», ha spiegato Vinci, riferendosi ai figli ma anche al resto della famiglia. Proprio lavorando al film si è infatti reso conto di non aver mai parlato davvero del sequestro con i suoi figli, né con molti dei suoi familiari. Un silenzio rimasto per anni quasi intatto.

È una delle note più forti dell’incontro: il silenzio non come dimenticanza, ma quasi come una forma di sopravvivenza e autoprotezione. Ci sono esperienze che continuano a essere difficili da raccontare anche quando il pericolo è finito e, forse, non parlarne mai consente a quelle esperienze di dominarci ancora.

Il peso del riscatto

Il sequestro, per Vinci, non è terminato con la liberazione. Nel suo racconto emerge infatti il peso del riscatto e delle conseguenze economiche di quella enorme somma di denaro pagata ai carcerieri. Alla vicenda si aggiunsero, infatti, le conseguenze finanziarie e fiscali che misero a dura prova la famiglia e l’azienda, fino a cancellarla. Vinci parla a tal proposito di un’altra forma di prigionia, un altro “sequestro”, un doppio riscatto, cui si lega un difficile rapporto con lo Stato.

Quando il pubblico gli chiede che cosa gli abbia permesso di resistere per quei lunghissimi mesi, la risposta torna all’essenziale. C’era la paura, la convinzione di poter morire, la necessità di tenere insieme pensieri che inevitabilmente si confondevano. E c’era un bambino di 17 mesi. «Ho sempre pensato che sarei morto», ha raccontato Vinci, indicando proprio nel figlio Marcello la più importante ancora di salvezza, che gli ha consentito di sperare che quella storia, potesse avere un diverso epilogo.

Il rapporto con i sequestratori

C’è poi un’altra dimensione del racconto, più difficile da affrontare: quella del rapporto con i sequestratori.

Vinci non nasconde i sentimenti contrastanti di quei mesi. In una condizione estrema, nella solitudine della prigionia, anche il dialogo con chi lo teneva sequestrato diventava una necessità inevitabile. «Come fai? Sei solo», ha spiegato. Le ore erano interminabili e bastava che qualcuno arrivasse a parlare per pochi minuti per interrompere quel tempo apparentemente senza fine. Un dialogo necessario, che non significa vicinanza, comprensione per la loro “causa” e meno che mai perdono.

Ed è proprio sul perdono che il pensiero di Giuseppe Vinci si fa granitico, così come il giudizio impietoso sui sequestratori, seppur veicolato in alcuni momenti da una fine ironia: «Io non riesco a perdonare». Le sue parole sono nette, nessuna concessione alla lettura romantica del fenomeno dei sequestri come atto di ribellione o conseguenza inevitabile della povertà. Vinci racconta una cruda realtà, la sua realtà: quella di chi è stato privato del bene più prezioso, la libertà, e ha dovuto fare i conti con conseguenze che sono andate molto oltre i mesi trascorsi in prigionia.

Il film come liberazione

Non perdonare non significa necessariamente rimanere immobili nel passato, ancorati a un dolore che diviene, anch’esso, prigione. Il film ha rappresentato per Giuseppe Vinci un canale per attraversare il suo vissuto e nel consegnarlo alla macchina andare oltre, trasferire fuori da sé qualcosa che per tanti anni era rimasto dentro. Nel confronto con il pubblico ha definito questa esperienza come un processo di liberazione da un buio.

Storia di un riscatto racconta un sequestro, l’incontro con Giuseppe Vinci ha invece restituito al pubblico la vicenda umana, ha raccontato l’uomo. Il ritorno alla vita, il peso della memoria, i figli che scoprono una parte segnante della storia del padre attraverso un film, le ferite che non si cancellano e la possibilità di trovare un modo per raccontarle.

Questo il senso più profondo del film e l’insegnamento più importante che il pubblico di Assemini si porta a casa: il potere salvifico dell’amore, la condivisione del dolore come via di liberazione e riappropriazione della propria vita. Perché raccontarsi può aiutare a guarire, a sentirsi finalmente liberi.